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APERITIVI CON FILOSOFIA- la verità

Mar 13, 2026 | Uncategorized

Sarah E. Bagliani presso circolo arci Boffalora Nell’ultimo incontro abbiamo dis-fatto l’identità e i fili smagliati che ne abbiamo ricavato sono stati la riconoscibilità data da una certa costanza nel tempo, l’affidabilità che ci permette di dirci sempre gli stessi nonostante i cambiamenti, la narrazione che tiene insieme ciò che resta uguale e ciò che muta permettendoci di emergere nella storia che siamo e la completezza che raggiungiamo solo nei processi di soggettivazione, con l’altro. Oggi partendo da questi fili identitari ci è dato l’arduo compito di dis-fare la verità. Il compito è arduo perché il concetto ci appare come superiore, distante, oggettivo, più universale in qualche modo, nel nostro sentire comune, rispetto alla libertà della quale ciascuno in qualche misura ha almeno una volta sperimentato e all’identità che ci riguarda e coinvolge intimamente. Della verità infatti possiamo pensare di non sapere nulla, che riguardi solo i saperi scientifici o le religioni rilevate, in entrambi i casi qualcosa di molto più grande di noi. Lo sforzo che vi propongo questa sera è di superare l’idea che la verità esista fuori di noi, come vetta da conquistare o tesoro da proteggere e tramandare e in questo percorso tenendo in mano i fili identitari con cui abbiamo terminato l’ultimo incontro farò riferimento nuovamente a Michel Foucault con qualche eco anche di Paul Ricouer ma principalmente al lavoro di Carlo Sini. Più che domandarci ancora cosa sia la verità, in cosa consista, domanda della metafisica classica che rimanda nel porsi all’idea da una parte che esista un mondo delle idee dove questi concetti possano trovarsi perfetti e perfettamente astratti dal resto del mondo, che ci sia cioè un di qua e un di là della conoscenza per cui quindi il nostro intelletto si sforzi di raggiungere il sapere perfetto in quel mondo che gli è esterno, e dall’altro che esista un mondo immutabile delle cose, delle sostanze quali che siano che ci sfugge ma che ci garantirebbe il risultato di un sapere pieno, di una quiete in terra. Ora questo modo di pensare appartiene alla nostra cultura, ne siamo imbibiti, rimanda a Bacone e Cartesio e le scienze meccanicistiche. Ma quel tempo è passato e le nuove scoperte scientifiche e le nuove sensibilità culturali non ci permettono più di restare adesi onestamente a quei paradigmi, oggi più che il cos’è la domanda centrale è diventata come accade e come impatta? Siamo passati da una società metafisica che voleva svelare il segreto del creato, scoprire la verità di dio e della natura a una società performativa nella quale ciò che è più interessante è il come delle cose nel e del mondo. Quindi come accade la verità? Come succede che qualcosa e qualcuno venga definito o si dichiari vero? Per Foucault la verità non è qualcosa da trovare, ma l’effetto di un fare e ancora una volta, come abbiamo visto per l’identità e i processi di soggettivazione, anche per la verità c’entra il potere. Infatti, sono i rapporti di potere in un dato momento storico culturale che determinano e definiscono ciò che è vero e come qualcosa è vera. La verità emerge da pratiche fra soggetti inseriti in rapporti di potere. Una persona è malata, questa asserzione viene designata come vera, perché un medico la definisce così. Non significa che la persona si sentirebbe bene senza diagnosi, ma solo che il suo particolare sentire diventa qualcosa di particolare solo all’interno di pratiche, giochi di verità plurali e particolari. La verità nei giochi e nelle pratiche di Foucault ha quindi una caratteristica di sfuggevolezza e distinzione dal reale che vorrebbe definire e rappresentare, nel guardare alla verità, ci ricorda Zamarchi citando Cerrato su Foucault, così come emerge da giochi e da pratiche particolari, “si verifica una sorpresa epistemica, sorpresa che consiste nella scoperta che “non si dà un rapporto diretto tra verità intesa come gioco e realtà. Quasi che la verità così intesa vada per conto suo, divaricandosi da ogni puntuale rappresentazione delle cose reali”. Ma se allora la verità è frutto di giochi di potere come possiamo pensare di “dire il vero”? Di poter cioè rappresentare nel linguaggio ciò che è. Sini ci assiste in questa domanda mostrandoci  che questo senso comune di cosa sia la verità, la corrispondenza di ciò che si afferma alla realtà che viene affermata, è il punto di partenza problematico della verità che nasconde in sé la sua soluzione. Definendo infatti che  il vero è ciò che corrisponde al reale diciamo già la soluzione del nostro problema: questa piccola, banale frase infatti è al contempo  il risultato del dis-fare della verità che stiamo cercando di operare e il punto di avvio da cui partire per operare il dis-fare. Teniamo a mente allora la fine del nostro viaggio che sarà affermare che la verità è il reale e la realtà è vera. Per arrivare a questa affermazione però partiamo dall’analizzarla come punto di partenza : quando affermo che la verità è affermare le cose come stanno sto assecondando un sentire che è quello dell’esistenza di un mondo di fuori (il reale) che il nostro dire (il nostro linguaggio) può bene o male rappresentare. E qui appare già tutta la problematicità della questione. Ci troviamo davanti a un duplice nodo:

  • Da una parte non può esserci per noi un mondo fuori che guardiamo senza farne al contempo anche parte
  • E dall’ altro non possiamo esserci propriamente nel mondo senza dirlo (rappresentarlo simbolicamente)

Il primo punto è abbastanza autoevidente: per quanto si cerchi di prendere distanza dagli eventi non potremo mai andare abbastanza fuori da poter avere uno sguardo completamente oggettivo. Saremo sempre in un modo in un tempo e in uno spazio condiviso con ciò di cui vogliamo raccontare il vero. In questo senso allora, se chiunque dica il vero di qualcosa è anche in parte coinvolto nel qualcosa di cui dovrebbe poter dire il vero oggettivo, vi saranno più verità diverse influenzate, viziate dalla voce che la proclama. Il secondo punto è più insidioso e per chiarirlo dovremmo far riferimento oltre alla nozione di realtà anche a quella di strumento esosomatico. L’essere umano per Carlo Sini fra le altre cose si differenzia dagli altri animali perché costitutivamente è nel mondo tramite l’ ideazione e l’uso strutturato, storicizzato e tramandato di strumenti esosomatici, che estendono fuori dal proprio corpo le capacità del corpo stesso, con i quali e attraverso i quali conosce, definisce, disegna il mondo. Un esempio classico è il bastone, uno dei primi di questi strumenti , che non viene usato e abbandonato, ma conservato, perfezionato per l’uso che gli è stato attribuito come proprio, e tramandato. Ovviamente come strumento che estende le capacità del mio corpo esso può essere usato per scopi e con modalità diverse, più o meno efficaci e nell’efficacia proverà la sua verità, il suo senso all’interno del sistema di pensiero di chi lo usa. Il principale e più caratteristico degli strumento esosomatici dell’essere umano è per Sini, il linguaggio, la capacità e volontà di definire e chiamare qualcosa in qualche modo particolare, così che quella parola diventi riutilizzabile e riconoscibile. Ma lo scopo del linguaggio non è rappresentare la verità della cosa che viene chiamata, bensì suscitare una pratica collettiva. Con il linguaggio, fin da piccoli, non impariamo nulla del mondo delle cose, ma moltissimo sulle risposte e relazioni degli altri esseri umani. Se chiamo mi risponderanno, se dico una parola x agiranno y e così via. La realtà cui si riferisce il vero che dico con il linguaggio allora non è una cosa in sé bensì una pratica per me. Questo non vuol dire che non esistano cose fuori da come queste sono per me, semplicemente sono un indistinto accadimento continuo. Esistono ma finché non sono per me (nel linguaggio che le dichiara) semplicemente non hanno senso. Un albero in una foresta è senza nessuno semplicemente un accadimento muto, diventa una realtà (vera, comunicabile, confrontabile) nel  momento in cui viene raccontata da un botanico, o da un falegname, o da un poeta. Quando un essere umano parla di un accadimento qualsiasi lo distingue dal flusso indistinto della vita e gli da lo statuto di realtà. Per questo dire che il vero è il reale e viceversa è il termine del nostro viaggio. I fatti indistinti non possiamo dirli,  possiamo dire del vero solo rispetto a qualcosa che inseriamo in un sistema di coerenza e accettazione (i giochi di verità di Foucault) e che con  il linguaggio definiamo rendendo reale (fuori dall’indistinto brulicare dell’esistenza). Solo il reale è vero e il vero è reale. L’ aspetto più inquietante e distintivo di tutto questo e che noi esseri umani non possiamo fare diversamente, se rinunciassimo alla realtà e alla verità ci costringeremmo al flusso indistinto della vita che semplicemente scorre, rinunceremmo alla nostra precipua umanità, senza però l’ausilio dell’istinto animale che consente agli animali di vivere inconsapevoli della realtà e della verità. Ovvero il cammino della verità (di dire, definire il reale secondo un criterio di efficacia in relazione ai paradigmi culturali e alle esigenze contingenti) è lungo quanto il cammino dell’uomo, pertanto la verità è anche storicizzata – attenzione però a non cadere nella tentazione di instaurare nella storia  gerarchie progressiste. La verità dell’800 aveva senso in termini di efficacia (come accade e come crea il mondo) per la sua epoca, oggi quella verità non avrebbe più senso. Ma all’epoca aveva senso ed era la verità, adeguata agli strumenti di esplorazione e indagine e agli ideali e obiettivi sociali dell’epoca. Tutto ciò ci porta a un cinico relativismo? In cui vale tutto e il suo contrario? In un certo senso, rinunciando cioè alla verità una volta per tutte, rassicurante e certa, sì. La verità sono in realtà le verità frutto di giochi di potere, storicizzate e legate agli strumenti e domande che poniamo ai fatti trasformandoli in realtà. Ma non vuol dire che valga tutto, anche se tutto, in un dato sistema di realtà, appare come vero. I diversi punti di vista in un evento, le diverse verità a confronto non esauriscono il problema della preferibilità di una verità piuttosto che un’altra. La domanda quindi passa dall’ essere chi ha ragione, chi dice il vero a quella più urgente di quale mondo si costruisce aderendo a una verità piuttosto che un’altra. Il vero è il reale e viceversa, quindi dalla scelta della verità a cui aderire discenderà la realtà in cui saremo. Oltre alla domanda e azione etica davanti alla verità (quindi un agire che ci pone proiettati nel futuro) altro strumento di protezione dal cinico relativismo è la genealogia del reale. Quando cioè ci confrontiamo con un dato di realtà (dalla tazzina da caffè alla guerra) per non perderci nelle miriadi di verità che vi possono essere dette risaliamo alle pratiche che hanno creato quella data realtà. Quali azioni sono state fatte nel tempo affinché io potessi vedere quella realtà? Ciò da cui il nostro reale emerge e la realtà che vogliamo costruire sono le sponde di passato e futuro che possono aiutarci a vivere la soglia del presente senza disperderne la verità e senza disperderci in una miriade di narrazioni di noi in essa.

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