Sarah E. Bagliani presso Circolo arci Boffalora
Ieri, 19 febbraio 2026, si è tenuto il secondo aperitivo con filosofia presso il circolo arci Boffalora. Rispetto alle pratiche filosofiche classiche questi incontri si presentano come un momento di dialogo intorno a un tema che ci si propone di dis-fare andando a vedere cosa comprenda e comporti un termine. Quale siano le sue parti e cosa implichino per la vita di ciascuno. Ieri abbiamo affrontato l’identità. Chi siamo? Come siamo chi siamo? E anche come conosciamo noi stessi?. Qui di seguito il contributo filosofico dal quale è partito il dialogo fra le partecipanti.
Il precedente incontro sulla libertà si era conclusa con una frase emblematica dalla quale ripartiamo oggi nel nostro intento di dis-fare (e ri-fare) l’identità:
“La libertà allora appare come piena adesione della persona intera a quello che intenzionalmente fa, quindi un’adesione a ciò che si è liberamente vincolati a fare durativamente e con coerenza.”
Dalla frase qui sopra prendiamo un tripode concettuale da cui partire :
- persona intera,
- intenzionalmente fa e
- durativamente
L’intenzionalità come espressione della volontà implica una scelta valoriale ripetuta durativamente, una consistency – come coerenza e riconoscibilità- compiuta dall’agente volente, la persona intera.Persona che è quindi imputabile (dal punto di vista etico) della sua azione e alla quale quell’azione è ascrivibile.
In cosa consiste e che differenza c’è fra il dire che un’azione, una scelta sono imputabili e/o ascrivibili a un dato agente?
Pur essendo termini paralleli l’uno ha, come abbiamo visto, una sfumatura etica, implica e presuppone un’assunzione di responsabilità e un farsi carico di ciò che si è fatto o deciso, mentre l’ascrizione, ci dice Ricoeur, “è più semplice perché […] mira unicamente ad attribuire un segmento del movimento nel mondo a qualcheduno che è detto esserne l’agente”.
L’ascrizione risponde quindi alla domanda Chi? dell’azione.
La nostra prima domanda per dis-fare l’identità è quindi come ascriviamo una qualsiasi azione e decisione a noi stessi? Come siamo noi l’agente del nostro agire? Il chi? che compie l’azione?
Possiamo partire facendo riferimento a uno dei concetti presenti nella frase che ha concluso la serata precedente e dalla quale sia ripartiti oggi: la persona intera.
Cosa si cela dentro questa espressione? Cosa si intende quando si parla di persona intera?
Da una parte, abbiamo già visto, l’insieme della libertà con cui ci autodeterminiamo e scegliamo all’interno della rete delle costrizioni ineludibili e contingenze che costituiscono la nostra realtà, interna ed esterna, dall’altra il termine persona supera e include, come identità personale intera, due parti, due parole spesso usate come sinonimi equivalenti: l’individuo e il soggetto.
Per comprendere e dis-fare i termini di individualità e soggettività che compongono questa identità di persona intera alla quale è ascrivibile una propria azione faremo riferimento principalmente alla riflessione di Ricoeur e di Foucault, il primo per i concetti di idem e ipse che si trovano nell’identità e il secondo per i processi di soggetivazione attraverso i quali diventiamo soggetti.
Il chi? al quale è ascrivibile una qualsiasi azione deve rispondere contemporaneamente di due esigenze: deve rimanere lo stesso nel tempo, riconoscibile nonostante le trasformazioni apparenti ma al contempo deve essere capace di sopportare e supportare i cambiamenti che le diverse azioni, eventi e mutamenti comportano.
E queste due componenti dell’identità sono individuate da Ricoeur con i nomi di IDEM e IPSE, la prima che indica quella parte che permane identica a sé nel tempo che consente l’identificazione perché permane stabile e ci permette di dire che siamo come eravamo ieri, identici a ieri. E’ ciò a cui pensiamo quando parliamo del nostro nome, del nostro carattere (nelle parti che restano stabili, come il colore della nostra postura esistenziale) la memoria condivisa, il corpo, che pur modificandosi resta racchiuso in un’unica pelle, identico nei nostri tratti somatici, impronte digitali, struttura ossea rendendoci identificabili.
Questa medesimezza non esaurisce la nostra identità, se fossimo solo ciò che permane qualsiasi cambiamento ci manderebbe in pezzi e renderebbe impossibile l’imputabilità delle azioni morali (e avrebbe così ragione la SS che sotto processo affermò che non poteva essere ritenuto responsabile per le azioni compiute durante il terzo Reich, quando aveva 20 anni perché non era più la stessa persona- intendendo con questo anche una maturazione trasformativa oltre che una trasformazione da bisturi).
L’idem così descritto è piuttosto il supporto fenomenico di una capacità propria dell’individualità che è l’ipse, la fedeltà a se stessi nel tempo. Come una coerenza e responsabilità di sé nel tempo. Ciò che ci permette di dirci gli stessi nonostante i cambiamenti, non perché restiamo immutati, ma perché nonostante le trasformazioni promettiamo che saremo sempre responsabili di noi stessi.
L’identità, il chi? siamo, si dà proprio in questa tensione fra ciò, caratteristiche, che permane stabile, e ciò, capacità, di restare fedeli a noi stessi nel cambiamento, come una garanzia di continuità nel flusso instabile delle trasformazioni.
Ma cosa significa darsi nella tensione fra due poli?
Significa che la nostra identità non è né qualcosa di fisso e immutato che permane identico nel tempo né un mero atto di volontà positiva scissa dalla concretezza e dai confini in cui siamo e ci muoviamo, ma è qualcosa che emerge integrando ciò che resta uguale con ciò che cambia, ma resta fedele.
Cosa può essere questa dimensione che accolga il fluire del cambiamento mantenendo integro ciò che permane e rendendo conto della fedeltà a se stessi (quindi ascrivibilità e imputabilità)?
Seguendo Ricoeur, è il racconto questa dimensione nella quale si dispiega ed emerge la nostra identità che è identità narrativa: noi siamo l’identità di una storia raccontata.
La nostra identità narrativa ci permette di pensarci come unità nel tempo senza dover ridurci solo a qualcosa di graniticamente immutabile né d’altro canto condannarci a dissolverci in una volontà ogni giorno diversa (l’ispe presuppone l’idem per non essere volatile ma non vi si esaurisce perché non siamo sempre solo uguali a noi stessi).
Ma quale storia raccontata noi siamo?
Il racconto, nel quale comprendiamo chi siamo raccontando la nostra vita come una storia, integra ciò che resta uguale (la medesimezza) con ciò che pur cambiando resta affidabile (l’ipseità).
La mia identità, il chi? sono emerge nel racconto non come qualcosa di preesistente che scopriamo: il racconto infatti non è solo descrizione, ma è una pratica nella quale si selezionano eventi-azioni, si interpretano, si attribuiscono azioni a un agente, il tutto come parte del racconto che sono io.
Gli eventi che racconto sono collegati alla rete di storicità che costituisce la mia realtà e non riguardano mai solo me stesso, perché sono sempre inseriti, ancorati a un tessuto interno ed esterno di connessioni, relazioni, implicazioni.
La mia identità narrativa allora riguarda, nel senso che non può prescindere da, il rapporto con gli altri, il riconoscimento reciproco. E nella relazione con l’altro, nei processi di riconoscimento reciproco (o mancato riconoscimento) troviamo l’aggancio teorico al concetto di soggettivazione che ci serve per completare l’opera del dis-fare dell’identità: i processi di soggettivazione sono infatti le relazioni attraverso i quali mi costituisco e scopro come soggetto.
Il concetto di persona intera dal quale siamo partiti per cercare di dis-fare cosa fosse la nostra identità non ci consente di fermarci alla mera individualità. Chi sono infatti non può prescindere dalla relazione con l’altro: la nostra piena identità si dà e si scopre solo nel rapporto con gli altri.
Cosa succede se questa relazione è negata? Se non è mai autentica? Se manca o viene tolto il riconoscimento sociale? Politico? Pratico? Cosa accade cioè a quelle vita il cui racconto è solipsistico, fatto di individualità ma senza soggettivazione?
L’idea di un’individualità totalmente priva di soggettivazione è un limite teorico (perché sempre nasciamo in un luogo, in una famiglia, con un linguaggio, in un dato storico, etc. – incluso il caso limite di Genie (Arcadia, 18 aprile 1957) privata dei principali ed essenziali processi di soggettivazione) ma anche se non è possibile essere una mera individualità la soggettivazione è una pratica non data una volta per tutte. Può cambiare e ci si può trovare, al mutare dei rapporti di potere, nel trasformarsi delle relazioni con gli altri, con una soggettività negata, spogliata, residuale.
Senza lo sguardo riconoscente- nel senso che ci riconosce – dell’altro ci troviamo soggetti desoggettivizzati.
Cosa accade alla nostra identità quando, anche senza pensare ai casi estremi di negazione dei diritti civili e politici o le segregazioni o le interdizioni forzate, sentiamo anche noi una sorta di soggettività residuale, non trovando il nostro posto nel mondo o non sappiamo cosa fare di noi stessi o ci sentiamo emarginati, esclusi, smarriti nelle società alle quali apparteniamo?
In questi casi pur sapendo di esistere e mantenendo le capacità percettive ed emotive la nostra identità resta come sospesa, senza la possibilità di trovare forma, spazio, riconoscimento e quindi completezza.
Abbiamo quindi dis-fatto l’identità nelle sue componenti come medesimezza- ipseità nella tensione narrativa e pratiche di soggettivazione ovvero
-
- la riconoscibilità ciò che si mantiene nel tempo consentendoci di dirci sempre gli stessi;
- l’affidabilità nel tempo nonostante i cambiamenti e le trasformazioni alle quali andiamo incontri, quindi il paradigma della promessa;
- la narrazione che tiene insieme questi due poli e che ci permette di rinegoziare, reinterpretare gli eventi e le azioni non rendendoci prigionieri dei fatti perché “se i fatti sono incancellabili, se non si può più disfare ciò che è stato fatto, né fare in modo che ciò che è accaduto non lo sia, in compenso il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per tutte”, rendendo quindi la nostra identità non data una volta per tutte, ma sfaccettata, emergente;
- la completezza che si ottiene solo tramite i processi di soggettivazione che non si danno una volta per tutte ma che ci impegnano nel mondo e nella relazione con noi stessi e con l’altro come voci e agenti attivi pena una soggettività residuale e un’identità monca, mancata nella sua pienezza.
Sono emerse molte domande :
- Ma se io sono in modo diverso con persone diverse in contesti diversi come e cosa emerge del racconto di me?
- Se me la racconto come emergo dal racconto che sono io?
- Se ciò che l’altro racconta, vede di me non mi rispecchia chi sono io?
- Se l’altro continua a negare una parte di me quella mancanza diventa parte della mia identità?
- se faccio finta quel fare finta alla fine sono chi sono io?
- Se qualcuno a me caro nega quella che io ritengo essermi caratteristica identitaria cosa vuol dire per me e perché mi fa male?
Quali altre domande possono emergere? E quali chiarificazioni? Riflessioni e consapevolezze?